di Matteo Ferrario
I boschi sanno tutto di me, è come se mi conoscessero da sempre. Sanno anche di lei, perché li attraversavo di notte per raggiungerla, l’estate in cui abbiamo iniziato a vederci. Una volta mi sono perso e ho imboccato una via sovrastata dagli alberi, simile a un tunnel di rami dove si vedevano solo un pezzo di strada e la linea tratteggiata della mezzeria, e dopo un centinaio di metri ho dovuto inchiodare, perché era sbarrata da un tronco enorme crollato sull’asfalto, chissà se per un temporale o per una malattia che l’aveva mangiato dall’interno.
I boschi sanno tutto, l’ho pensato anche allora, mentre facevo inversione e cercavo un percorso alternativo.
Poi la casa era diventata una sola e ci vivevamo entrambi, senza fare troppo caso agli anni, al numero di volte che avevamo visto rifiorire la magnolia sotto il balcone, a tutte le estati in cui erano ritornate le lucciole.
Solo della prima avevo un ricordo distinto. Ci eravamo accorti del luccichio in fondo al giardino e dopo esserci avvicinati le avevamo viste dappertutto: sulla collinetta, attorno ai tronchi degli alberi, oltre la parte alta della recinzione di confine, che era fatta di ferro battuto, di qualche secolo più antico di noi. Sembravano impazzite di gioia per come lampeggiavano ovunque. A me ricordavano le luminarie di Natale sull’albero o sopra i viali, a lei l’effetto del sole sulla superficie del mare, in estate, nell’ora più calda in cui sembra che tanti granelli immateriali inizino a splendere sull’acqua.
Ma erano solo lucciole, piccoli insetti elettrici che avrebbero dovuto essere estinti o quasi dalle nostre parti, eppure ci volavano intorno a decine in una notte di giugno.
Accortasi di qualcosa, lei si era bloccata all’improvviso, nell’oscurità. “Non ti muovere” mi aveva detto, stringendomi un polso e mettendosi di fronte a me, come per esaminarmi. “Ne hai una addosso.” Mi aveva toccato all’altezza del bacino, così vicino ai genitali da sfiorarli. Poi aveva capito da dove veniva la luce intermittente e si era messa a ridere, sempre più forte, perché era identica, delle stesse dimensioni e dello stesso colore delle lucciole, ma era quella del cellulare che avevo nella tasca dei jeans.
Non saremo mai più felici di così, avevo pensato più tardi, mentre ero sopra di lei in mezzo all’erba umida e al volo incessante di punti luminosi, che apparivano e scomparivano attorno a noi. Qualcuna a tratti si era anche posata sui miei jeans abbandonati a terra insieme a quelli di lei, forse scambiando la spia dello smartphone con una propria simile. Non saremo mai più felici, mi ero ripetuto guardandole, e poi tornando ai suoi occhi sotto di me. Ma non lo pensavo davvero, era più una forma di scaramanzia, credo. Una paura momentanea. Non immaginavo davvero che potesse toccare proprio a noi.
È successo nel marzo dell’anno scorso, a tarda sera. Poche settimane dopo che era iniziato tutto. Lei ha avuto la prima crisi respiratoria e, balzata giù dal letto, ha aperto la finestra malgrado il freddo ancora degno dell’inverno, per affacciarsi sugli alberi oltre la recinzione. Sporgendosi in avanti, sembrava chiedere un aiuto disperato, un po’ d’aria, a quelle chiome immense e al loro odore selvaggio, che avevo sempre amato e adesso era inutile come tutto il resto.
Qualche notte dopo, l’ultima in cui sono riuscito a tenerla a casa prima di rassegnarmi a chiamare l’ambulanza e all’idea di non vederla più, mi ha chiesto di portarla di sotto. Ho dovuto tenerla in braccio, perché era troppo debole per fare i gradini. Mentre oltrepassavo a fatica la soglia e percorrevo il vialetto verso il cancello secondario che portava al bosco, ho avuto la sensazione di rifare all’inverso la classica scena dei neosposi, all’ingresso nella casa dove li aspetta la loro vita. Ho abbassato gli occhi su di lei, che mi guardava esausta, con l’aria implorante e priva di recriminazioni di un animale colpito a morte, e già gli odori umidi del bosco ci avvolgevano mentre camminavo a rilento sul sentiero sterrato. C’era un silenzio attorno a noi, quello di un mondo fermo che in altre epoche mi avrebbe riempito di gioia, ma che in quel momento ho odiato con tutte le mie forze.
Adesso è diverso, con i boschi ho quasi fatto pace, ma ci è voluto del tempo. Ci torno sempre all’ora di pranzo, dopo aver staccato dal lavoro, che continuo a fare da casa anche se il mondo ha ripreso a muoversi da quel marzo, gli esseri umani se ne sono impadroniti di nuovo e il silenzio è più difficile da trovare. Ma da quei mesi in cui erano tutti sepolti nelle loro case è come se gli animali avessero preso coraggio, e continuano a uscire allo scoperto, rivendicano il loro territorio.
Nel primo tratto da casa mia trovo sempre un gatto bianco e nero, che all’inizio cerca di nascondersi in modo goffo, una cosa ai limiti della tenerezza, rimanendo immobile accanto al tronco di un albero o al riparo di un cespuglio. Poi si avvicina incuriosito, strusciandosi addosso alle mie gambe e osservando sgomento la mascherina che mi sono tolto e penzola bianca dalla mia mano.
L’altra notte, quando non riuscivo a dormire come spesso mi capita e sono sceso a fare due passi, ho visto due conigli selvatici.
Il primo di cui mi sono accorto era accucciato e immobile in mezzo all’erba, e nella semioscurità l’ho confuso con un riccio, ma subito dopo l’ho visto compiere un balzo che mi ha rivelato un’agilità impensabile, un corpo piccolo, scattante, a metà fra un canguro e uno scoiattolo. È sparito così in fretta dalla mia vista che anche l’altro sembrava disorientato: anche volendo seguirlo, non avrebbe saputo in che direzione andare.
Mi chiedo a volte cosa siano gli odori del bosco per questi animali. Se anche loro inspirino a fondo e si ricordino d’istinto di cosa sia la vita, come succede a me quando imbocco un sentiero all’ombra dei rami. Cerco sempre di farlo lasciando fuori i ricordi, guardando una foglia, ascoltando il suono di un rasaerba o di un’auto che passa in lontananza, come fossero parti di una composizione musicale che non ha bisogno d’altro per essere perfetta, ma i ricordi ritornano sempre. Soprattutto quelli delle lucciole, adesso che è la fine di maggio e ogni notte è buona per scorgere le prime nel prato.
I boschi sanno ancora di lei. Ho il sospetto che sarà sempre così, e non ho ancora capito se è una condanna o una benedizione.
Racconto precedentemente apparso su Just-Lit, n.2, giugno 2021. Nessuna parte di questo racconto può essere riprodotta, memorizzata su qualsiasi supporto o trasmessa in qualsiasi forma e tramite qualsiasi mezzo senza un esplicito consenso. Il testo resta di proprietà dell’autore.

