Nuove mitologie per un mondo digitale

29/09/2026 | Just-Lit

di Luca Pantarotto

Su una delle librerie basse del mio studio c’è un orologio da tavolo. Qualche mese fa, all’improvviso, le lancette dei minuti hanno cessato di muoversi. La cosa strana è che, malgrado ciò, i meccanismi interni non hanno smesso di funzionare. Quello che è successo è che la lancetta dei secondi è rimasta incantata in un falso movimento, precisissimo ma inconcludente, che continua a farla scattare, sì, ma senza spostarne di un millimetro la posizione sul quadrante.
Scatta – tic. E ritorna in posizione – toc. Così, l’orologio continua a ticchettare e a restituire all’orecchio quella cadenza intermittente e rassicurante che siamo abituati ad associare allo scorrere meccanizzato del tempo. In realtà, però, il tempo ha smesso di scorrere, paralizzato in un momento eterno (le 7.12, chissà se del mattino o della sera) da cui prova ogni secondo ad allontanarsi ma al quale continua, inesorabile, a restare legato.
Negli ultimi anni si direbbe che il grande universo della narrativa abbia sperimentato qualcosa di simile al piccolo incidente occorso al mio orologio: la storia è andata avanti, ma le lancette della letteratura hanno smesso di segnarne il tempo. Meglio: sono rimaste incastrate in un loop che si ostina a replicare incessantemente la rappresentazione di un tempo che non è più il nostro. Un tempo, in effetti, tanto diverso dal nostro quanto lo sono di solito due epoche storiche irrimediabilmente separate tra loro dagli effetti dirompenti di qualche cataclisma globale, sia esso naturale, sociale, politico o tecnologico. Nel nostro caso, all’origine della linea di faglia che ha diviso il nostro presente da un passato ancora ben visibile alla memoria ma già remotissimo nell’esperienza è stato un cataclisma digitale.
Dal volgere del millennio la rivoluzione digitale ha impresso allo sviluppo tecnologico uno scatto in avanti senza pari per complessità, rapidità di diffusione e ricadute socioculturali.
La grande utopia della rete si è realizzata, accelerando in maniera brusca il passo della storia e spingendola a correre non più alla velocità dell’uomo, ma a quella della larghezza di banda. Una velocità talmente frenetica che il nostro cervello sta ancora cercando di metabolizzarne le conseguenze.
Meno di ventimila anni fa ce ne stavamo tranquilli a vivere nelle grotte, passando il tempo a disegnare animali e scene di caccia sulle pareti. Oggi più o meno ogni attività umana si è trasferita all’interno di uno spazio in prevalenza virtuale, in grado di trasmettere dati e informazioni in ogni angolo del globo nel tempo necessario a premere un tasto. Il cyberspazio, che fino a quarant’anni fa apparteneva ancora agli immaginari speculativi più sfrenati, ora è la dimensione abituale in cui si svolge gran parte della nostra esistenza quotidiana e noi, tutti noi, anche chi è convinto del contrario, siamo ancora impegnati nello sforzo evolutivo di elaborare una trasformazione così radicale verificatasi in un intervallo così fulmineo. Per esempio, abbiamo appena iniziato a capire che quella che chiamiamo “rivoluzione digitale” è un’altalena di contraddizioni.
Abbattendo ogni limite di spazio e tempo, la rete ha ridotto i gradi di separazione tra due persone dai proverbiali sei a, be’, zero, ma ha anche prodotto bolle di solitudine e incomunicabilità talvolta impenetrabili.
Il web è il più vasto repertorio di sapere mai creato dall’umanità, e il primo a essere davvero disponibile a chiunque, ma il modo in cui leggiamo la realtà o ci confrontiamo con il prossimo ricalcano ogni giorno di più i meccanismi su cui si basa il funzionamento degli algoritmi a cui affidiamo spontaneamente il controllo su ogni aspetto della nostra vita.
L’impatto delle tecnologie di comunicazione sul nostro pensiero e il nostro comportamento, sulle dinamiche che regolano le nostre relazioni, sull’idea che abbiamo di noi stessi e del nostro posto all’interno della comunità è qualcosa di complesso e profondo, un fenomeno totalizzante di cui non riusciamo ancora a vedere davvero tutte le implicazioni. La rete è il mondo e il mondo è la rete. Il problema è che è successo tutto così in fretta da toglierci quasi le parole. Letteralmente: se prendiamo in esame la narrativa contemporanea alla ricerca dei modi in cui gli scrittori hanno provato ad affrontare l’avvento del digitale e le questioni non proprio secondarie che un simile gigantesco cambio di paradigmi porta con sé (il ripensamento totale di concetti come la definizione dell’identità personale, il ruolo dell’individuo nella collettività,
la percezione stessa della realtà), scopriamo che la maggior parte di loro ha reagito alla sfida con scetticismo, perplessità, talvolta fastidio. Persino la letteratura in cui sarebbe stato logico riporre le aspettative più alte – quella americana, connazionale delle grandi multinazionali del tech e da sempre attenta alle relazioni tra individui, società e mass media – si è perlopiù limitata a riproporre tropi, cliché, modelli interpretativi novecenteschi, tanto consolidati quanto anacronistici.
Per millenni il principale veicolo dell’immaginazione umana è stato proprio il racconto. Abbiamo iniziato incidendo scene di vita quotidiana sulle pareti delle grotte. Per millenni la tradizione orale ha permesso ai popoli di tramandarsi miti e leggende di generazione in generazione. Infine abbiamo affidato la nostra esperienza del mondo alla forma duratura del libro, attraverso le sue varie incarnazioni. Fin dall’alba dei tempi, ogni volta che vogliamo provare a dare un significato a ciò che ci circonda ci sediamo e raccontiamo una storia. Perciò chi racconta storie ha un grande potere, ma anche una grande responsabilità: quella di elaborare domande e risposte, sviluppare temi, accompagnare il cambiamento. Preparare, con il racconto, la via agli scenari futuri, servendosi della capacità di agire tramite le storie sull’immaginazione umana, che a sua volta agirà sul mondo. In breve: creare mitologie.
Eppure, mentre là fuori si produceva la più grande rivoluzione della storia umana recente, all’apparenza quasi nessuno sentiva il bisogno di raccontarla. Di più: nello stesso periodo in cui le tecnologie digitali si davano da fare per conquistare porzioni sempre più ampie della nostra vita, nel mondo letterario proliferava sempre di più una specie di vera e propria “narrativa del rifiuto”. Anziché raccontare il nuovo mondo, la maggior parte degli scrittori sembra aver scelto di rifugiarsi altrove, in dimensioni narrative più circoscritte, tradizionali o rassicuranti: romanzi storici, saghe familiari, contesti sociali o geografici remoti e tecnologicamente svantaggiati, ritratti post-carveriani di miseria individuale e umanità dolente, microcosmi familiari o provinciali e simili. Come se stessero tutti cercando scappatoie per evitare una realtà ancora troppo complicata da affrontare. Ma perché?
La faccenda è tanto più incredibile se pensiamo all’enorme ventaglio di possibilità narrative offerto alla letteratura dall’esplorazione dell’immaginario digitale. Trascorriamo tutti quanti buona parte delle nostre vite rinchiusi all’interno di piattaforme che hanno portato un’utopia di libertà, conoscenza e autonomia dal pensiero ufficiale a perdersi lungo una deviazione lastricata di sfruttamento economico, dipendenze, ossessioni e credulità. Abbiamo trasferito la nostra esistenza in una dimensione virtuale che contiene in sé una riproduzione speculare del mondo reale, un’architettura imperscrutabile di dati e algoritmi in grado di condizionare l’andamento di tutto ciò che sta al di fuori di sé. Una dimensione in cui le proiezioni immateriali di miliardi di persone ogni giorno si muovono, interagiscono, si innamorano, lavorano, stringono affari, discutono di libri, film, musica, politica, tradiscono, complottano, giocano, inventano versioni alternative di sé.
Viviamo insomma nella materializzazione del più estatico dei sogni cyberpunk. Evitare di affrontare tutto questo non è un problema da poco. Ha a che fare con una certa incapacità degli scrittori di sintonizzarsi davvero con il proprio tempo, preferendo restare ancorati a schemi e scenari ampiamente superati dall’attualità. Le lancette dell’orologio della letteratura stanno solo simulando movimento: in realtà, i suoi meccanismi si sono fermati da un po’. Per farle ripartire, dobbiamo abbandonare le vecchie mitologie e crearne di nuove.
Quasi tutti coloro che, in America, hanno giocato a confrontarsi con il nuovo mondo digitale lo hanno fatto ricorrendo ad architetture narrative abusate, paradigmi scolastici, chiavi di lettura fuori tempo massimo. Troppo spesso, da Thomas Pynchon a Jonathan Franzen a Stephen King, il racconto della rete si è basato su premesse usurate, adottando linguaggi obsoleti, forme incompatibili con la radicale novità del fenomeno. Oppure scegliendo di riciclare, ancora oggi, gli schemi rodati delle distopie totalitarie novecentesche.
Cos’è, per dirne uno, Il Cerchio di Dave Eggers se non un tentativo di aggiornare all’era digitale la metafora classica del Grande Fratello?
Ecco, a proposito di Grande Fratello. A oltre settant’anni dalla sua pubblicazione, il romanzo di George Orwell continua a essere il nostro primo termine di paragone per valutare il grado di collasso del vivere civile. Grazie alla sua oscura potenza immaginifica 1984 è un riferimento obbligato, una specie di manuale di istruzioni che custodisce tra le sue pagine il senso di più o meno tutto quello che succede al mondo.
Proprio come i testi sacri, sembra avere sempre la risposta giusta a qualsiasi domanda, a prescindere dal contesto. Il guaio è che, proprio come avviene con i testi sacri, ricorrere sempre alle stesse spiegazioni per ogni tipo di fenomeno o avvenimento finisce per ridurre la complessità del mondo a una confortante e ricorsiva ripetizione di cliché.
Certo non si può negare che la nostra epoca condivida con il 1984 di Orwell più di un tratto distintivo. L’idea del Grande Fratello come entità onnipresente e onniveggente, per esempio, ha trovato un ambito di applicazione perfetto nella moderna società degli schermi. Dai televisori alle multinazionali della comunicazione, dai sistemi di videosorveglianza cittadina ai sempre più invasivi strumenti governativi di vigilanza e spionaggio, l’idea della tecnologia come mezzo di controllo sociale è ormai un elemento costitutivo del nostro tempo, un dato di fatto che si accetta come si accettano i fenomeni naturali. Nell’era social, in particolare, abbiamo interiorizzato il monitoraggio capillare e sistematico di ogni nostro più piccolo movimento online, la raccolta, l’archiviazione e l’analisi di ogni nostra informazione personale (dall’istruzione al lavoro alla vita familiare e sessuale) come parte integrante della nostra esperienza in rete.
C’è però una differenza fondamentale: nel nostro presente tutto questo non ci ha portato alla perdita dei più elementari diritti civili, come la libertà di parola e di pensiero. Tutt’altro.
L’accelerazione tecnologica subita dalla società nell’ultimo decennio ha semmai ampliato all’infinito proprio quelle libertà, sfruttandole per ottenere un risultato impensabile all’epoca di Orwell: l’abdicazione volontaria alla propria privacy e alla propria indipendenza, sacrificate spontaneamente e senza costrizioni sull’altare della visibilità, della popolarità e della totale, costante e completa esibizione di sé. Nel nostro mondo non esiste nessun Grande Fratello. Il Grande Fratello siamo noi.
Si tratta di un cambio di paradigma fondamentale, che costituisce la vera frattura tra la distopia di 1984 e la struttura della nostra società come esito dell’evoluzione del Web 2.0. Un’evoluzione che, di fatto, ha tolto di mezzo la necessità di prefigurare un totalitarismo oppressivo intento a sottrarre a forza diritti alle masse e ha capovolto  del tutto il quadro d’insieme.
Sono proprio le masse, oggi, a scivolare volontariamente e quasi inconsapevolmente in uno stato di dipendenza e soggezione, legandosi in modo indissolubile ai meccanismi algoritmici che governano il funzionamento delle piattaforme e, da lì, alla filosofia e alla visione del mondo delle compagnie che le possiedono.
Ecco perché i tentativi di utilizzare Orwell come bussola per interpretare la nostra realtà rischiano di portarci un po’ fuori strada. La società di 1984 combacia con la nostra molto meno di quanto di solito si voglia far credere. Limitarsi semplicemente a sovrapporle come un lucido su una mappa per evidenziarne le analogie è un’operazione suggestiva, ma superficiale e fuorviante. E seguendo rotte fuorvianti, in rete come in mare, c’è il pericolo di smarrire l’orizzonte.
In qualche momento del suo percorso, la storia ha imboccato una direzione del tutto nuova: quella indicata dal grande cartello luminoso e lisergico che ci prometteva, al volgere del millennio, l’avverarsi del miraggio della rete. Se è vero che per interpretare questa nuova direzione ci servono nuove mitologie, la premessa da cui partire è che oggi Orwell non basta più.
Nell’introduzione a Cyberpunk. Antologia assoluta, bellissima raccolta dei testi fondamentali dell’ultimo grande movimento letterario della nostra epoca appena pubblicata negli Oscar Draghi, Bruce Sterling racconta che lui e i suoi amici, negli anni Ottanta, hanno provato a fare proprio questo: creare un nuovo linguaggio per raccontare il mondo. “Con l’invenzione del cyberpunk e della sua prosa densa e frenetica, volevamo che le cose nuove diventassero pensabili, descrivibili e forse persino convincenti […] Cercavamo una nuova forma di linguaggio che potesse anticipare gli eventi”.
Oggi tutti noi viviamo in un tempo che, per molti versi, sembra la realizzazione di quel futuro immaginario e la sfida di trovare nuove forme, nuovi codici per renderlo pensabile, descrivibile e forse persino convincente è più urgente che mai. La rivoluzione della rete ci pone domande sempre più difficili da eludere e sono ancora troppo pochi gli scrittori interessati a cercare risposte non convenzionali, a superare la logica manichea del bene e del male, del giusto e dello sbagliato per raccontare Internet utilizzando il suo stesso linguaggio, cercando di riprodurre il più fedelmente possibile il carattere desultorio, centrifugo e ingovernabile di Internet. Eppur si muove. In America una nuova generazione di scrittori sta iniziando a rimettere in movimento le lancette dell’orologio: Jarett Kobek, Mark Doten, Ling Ma, Patricia Lockwood sono alcuni dei nomi che più di recente hanno provato a smontare il giocattolo per rivelarne i segreti, per capire cosa si è rotto e dove. All’origine di molte delle loro storie, la domanda più spaventosa di tutte: cosa succederebbe se da un giorno all’altro tutto quanto smettesse di funzionare?
È un esercizio di immaginazione molto promettente: forse, oggi, il vero, essenziale punto di partenza per le nuove mitologie della fuga dalla rete.

Luca Pantarotto, Fuga dalla rete, Milieu, 2021

Articolo precedentemente apparso su Just-Lit, n.1, marzo 2021.
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