Il romanzo di famiglia: raccontare una casa significa raccontare il mondo
Una famiglia, in un romanzo, di rado racconta soltanto se stessa. Dentro una casa entrano il denaro e la classe sociale, le aspettative legate al genere, ciò che una generazione pretende dalla successiva, le migrazioni, la cura, la vergogna, il desiderio di andarsene e quello di tornare. Il romanzo familiare, forma che potrebbe apparire irrimediabilmente tradizionale, continua a funzionare nella narrativa contemporanea proprio perché la famiglia è il dispositivo narrativo più efficiente per osservare la Storia da vicino e orientarsi nel presente.
Una forma che non smette di rigenerarsi
La critica letteraria prevede diverse etichette per questo genere: romanzo di famiglia, saga familiare, romanzo genealogico, memoria di famiglia. Questo è un segno della sua natura polimorfa, capace di attraversare e ibridarsi con il romanzo storico, quello di formazione, quello psicologico.
Il family novel, nella definizione anglo-americana, racconta le vicende di una o più famiglie interconnesse, usando spesso il destino domestico come dispositivo per raccontare cambiamenti sociali più ampi e l’alternarsi di fortune e rovine collettive. Non è un caso che la forma sia sopravvissuta indenne al postmoderno e sia anzi tornata centrale nel romanzo del nuovo millennio, perché capace di riassorbire al proprio interno strategie narrative diverse senza perdere la propria identità tematica.
Thomas Mann e il romanzo di famiglia come romanzo di classe
I Buddenbrook (1901) di Thomas Mann resta il modello fondativo del genere nella tradizione europea. Il romanzo segue quattro generazioni della famiglia Buddenbrook a Lubecca, e il sottotitolo, Il declino di una famiglia, indica già il programma: raccontare non solo la parabola di un nucleo domestico, ma la crisi di un’intera classe sociale, la borghesia mercantile del diciannovesimo secolo che vede incrinarsi la propria etica del lavoro e del dovere generazione dopo generazione. La prevalenza di spazi interni e la scarsità di descrizioni esterne nel romanzo comunicano un’idea di immobilità e soffocamento che si riflette direttamente sui personaggi, costretti, come dice il padre a due dei figli, a essere “anelli di una catena” più che individui liberi di scegliere il proprio destino. Mann trasforma così la propria storia familiare in un romanzo di classe: il microcosmo domestico diventa il luogo in cui si misura, con precisione quasi documentaria, il tramonto di un intero ordine sociale.
Natalia Ginzburg e Elsa Morante: la famiglia come testimone della Storia italiana
Lessico famigliare (1963) di Natalia Ginzburg racconta la famiglia ebraica e antifascista dei Levi a Torino tra gli anni Trenta e Cinquanta attraverso il linguaggio quotidiano, i modi di dire, il lessico che si tramanda in casa come una lingua privata. Il libro è insieme memoir e ritratto dell’Italia del Novecento: la lingua di famiglia diventa il tramite attraverso cui la memoria personale si salda alla memoria storica del fascismo, della guerra e della ricostruzione.
La Storia (1974) di Elsa Morante compie un’operazione analoga con esiti più cupi: la vicenda di Ida Ramundo e dei suoi due figli, Nino e Useppe, a Roma tra il 1941 e il 1947, è suddivisa in capitoli introdotti da una ricostruzione storica oggettiva dell’anno corrispondente. La critica ha notato che, nonostante il tempo storico avanzi inesorabile, il romanzo appare quasi stagnante quando si tratta dei ruoli dei personaggi: è proprio questo contrasto tra Storia in movimento e famiglia imprigionata nei propri ruoli a costituire il nucleo tragico del libro; una famiglia travolta da meccanismi collettivi che non può controllare né comprendere.
Annie Ernaux: la famiglia come luogo della vergogna di classe
Annie Ernaux ha costruito gran parte della propria opera, da La Place (1983, Premio Renaudot 1984) a Una donna (1988), attorno al racconto della propria famiglia d’origine, operaia e piccolo-borghese, e alla distanza di classe che si è progressivamente creata tra lei e i genitori in seguito alla propria ascesa sociale ottenuta grazie allo studio. La Place racconta in particolare la vita del padre, operaio agricolo diventato poi gestore di un piccolo bar-drogheria, e la distanza dolorosa che si crea con la figlia, diventata insegnante di lettere. Ernaux descrive con precisione quasi sociologica la vergogna provata da adolescente davanti ai codici linguistici e comportamentali della scuola borghese, un sentimento che si interiorizza nel corpo prima ancora che nella coscienza. Il suo progetto è definito dalla critica come “autosociobiografico”: la famiglia diventa lo strumento attraverso cui indagare non solo la propria identità personale, ma il funzionamento stesso della società e le sue ferite.
Jonathan Franzen: la famiglia come diagnosi della crisi americana
Con Le correzioni (2001, National Book Award, finalista al Premio Pulitzer per la narrativa), Jonathan Franzen ha riportato al centro della narrativa americana il grande romanzo di famiglia. La famiglia Lambert, i genitori Alfred ed Enid, radicati in un’etica dell’ordine e del dovere, e i tre figli adulti Gary, Chip e Denise, portatori invece di un mondo di cambiamento, auto-invenzione e desiderio, diventa il dispositivo attraverso cui Franzen mappa il momento storico in cui la fiducia della classe media americana comincia a incrinarsi. In diverse interviste, Franzen ha dichiarato di non considerarsi un “romanziere di famiglia” in senso tradizionale, sottolineando come nel libro non si veda “quasi nulla della loro vita familiare reale”, nonostante ogni membro della famiglia Lambert nutra sentimenti fortissimi verso gli altri: “la famiglia è una struttura straordinariamente ricca di significato, lo scrittore può toccare conflitti universali semplicemente scrivendo le parole ‘figlio’ e ‘padre’”. Un’ambiguità tra apparenza e sostanza familiare che è forse la cifra più originale del romanzo di famiglia contemporaneo rispetto al modello ottocentesco più descrittivo.
Elizabeth Strout e Zadie Smith: microstorie e migrazioni
Elizabeth Strout, con Olive Kitteridge (2008), sposta l’attenzione sulle piccole comunità del Maine e sulle fratture generazionali che si aprono quando i legami intergenerazionali si spezzano, in un mondo dove gli anziani non sono più depositari di saggezza collettiva ma figure sempre più isolate dalle generazioni successive. È un family novel che funziona per accumulo di microstorie più che per un arco narrativo unico, ma che condivide con Mann e Franzen la stessa domanda di fondo: cosa succede quando la struttura familiare che dovrebbe garantire continuità comincia a incrinarsi?
Zadie Smith, in Denti bianchi (2000), usa invece la famiglia per raccontare la Storia coloniale e migratoria del Novecento: il romanzo segue due famiglie di Londra, i Jones/Bowden e gli Iqbal/Begum, attraverso generazioni di immigrati che negoziano la propria identità tra il paese d’origine e quello d’arrivo. La distanza tra padri e figli, tra chi è nato altrove e chi è nato a Londra, diventa il terreno su cui si misura il significato stesso della britannicità contemporanea: il passato coloniale continua ad agire sul presente delle famiglie, indipendentemente dalla generazione a cui si appartiene. Denaro, lingua e fede si stratificano dentro la stessa casa, spesso in conflitto tra membri dello stesso nucleo, ed è proprio questa frizione interna a rendere il romanzo un ritratto credibile della Londra multiculturale contemporanea.




